mercoledì 21 ottobre 2009

Jazz Festival: la chiusura

da Spezialmente

Le ultime due giornate del festival dal libro di Claudio Sessa su Eric Dolphy al "piano summit" Barron-Moroni. Resoconto finale.

LA SPEZIA - La penultima giornata del festival, come da programma, è iniziata alle 17 presso la Fondazione Carispe con la presentazione del libro di Claudio Sessa su Eric Dolphy ed è proseguita al Teatro Civico con la formazione di Francesco Cafiso.
Inutile dire che l’evento più trascurato dal pubblico era anche il più interessante per i veri amanti.
Ora, chi ha passione per il jazz moderno, gli piaccia o meno Eric Dolphy, non può evitare di prendere in considerazione la portata delle sue innovazioni, prima fra tutte, il polistrumentismo mirato a valorizzare la personalità di ogni singolo strumento; la concezione di un’estetica specifica per strumenti, ignoti al jazz moderno, quali il flauto e il clarinetto basso.

Innovazioni che si estendono anche all’ambito delle scelte professionali, vedi l’esportazione della sua musica in un continente, l’Europa, che Dolphy considerava, oltre che più civile, anche più ricettivo verso le avanguardie jazzistiche dei primi anni ’60; in particolare, Dolphy fu il primo jazzista americano a voler incidere per una casa americana con musicisti europei, con i quali solitamente si suonava un po per accondiscendenza, un po quando capitava e comunque mai per scelta.

Il libro di Sessa, intitolato "Il Marziano del Jazz: Vita e musica di Eric Dolphy” (Luciano Vanni Editore), cerca di fare luce anche sulla vita di un uomo della quale si è sempre parlato poco, e per la sua condotta sobria a confronto con personaggi vissuti sempre ai limiti, come un Monk, un Mingus, un Coltrane, e per la poca curiosità che destava a causa della sua scarsa fortuna commerciale.


Il concerto ha superato le aspettative di chi è venuto in teatro con la speranza di trovare tanto spettacolo e poco contenuto: il circo.

Senza nulla a togliere al talento di Cafiso, attorno al quale i discografici hanno costruito una formazione ad hoc, e al quale auguriamo un giorno di trovare uno stile personale in cui condensare la sua spontaneità, la formazione era la reincarnazione delle formazioni hard-bop di Clifford Brown e Max Roach o di Cannonball Adderlay.
E proprio a Brown, per il tramite di Marsalis, si rifà Fabrizio Bosso.

Il problema oramai non sta più nel copiare, visto il jazz vive di riciclaggio, ma in cosa copiare; e l’hard-bop, si sa, era a sua volta la maniera del be-bop; e come tale già una copiatura.

Insomma, nella misura in cui Micheal Boublé si fa il viaggio di essere Frank Sinatra o Mark Murphy, Cafiso e company si sono fatti il viaggio di essere Adderlay, Brown, Roach ecc.; il pubblico, che alla fine di ogni solo esplodeva in applausi e grida, si è fatto il viaggio di essere nell’America degli anni ’50…e tutti sono andati a letto contenti.


L’ultima serata, ospiti il Kenny Barron Trio e Dado Moroni, il festival si è dato una patina di contemporaneità, senza cadere nella lusinga del revival filologico…se non altro, a Barron va riconosciuto il buon senso di aver restaurato stilemi magari un po obsoleti ma almeno recenti e, soprattutto, farina del suo sacco. Anche nel repertorio, originale.

La sezione ritmica, composta dalla batteria di Francisco Mela e dal contrabbasso di Kiyoshi Kitagawa piaccia o no il bassismo elettricheggiante slap e bicorde, era in stato di grazia.

Soffocante, indigesto e gratuito (e sarebbe stato meglio in tutti i sensi) il "piano summit per palati fini” tra un Kenny Barron ‘post-bop’ e un Dado Moroni diviso tra fuga e walking-bass.


Tirando le somme sul XXXVIII LA SPEZIA INTERNATIONAL JAZZ FESTIVAL, alla luce di un’edizione il cui tema è conduttore è stato l’incasso, vorrei riformulare il quesito posto durante la tavola rotonda inaugurale, "Dove va il Jazz in Italia, nel seguente quesito:

………..ma dove va il jazz?!








Il jazz francescano di Luca Cosi

da Spezialmente


Il trombettista spezzino torna in patria alla testa di un quartetto dai progetti edificanti ma dalla resa amatoriale. Unico a spiccare, il contrabbasso di Sauro Cassiani.

Ieri sera nella comoda ed elegante Sala Dante, davanti ad un’ottantina di persone, si è esibito il quartetto del trombettista spezzino Luca Cosi.
Ad accompagnarlo, il piano di Chris Culpo, il contrabbasso di Sauro Cassiani e la batteria di Massimiliano Furia.

Luca Cosi, tra brani standard, brani di Davis e di Armstrong, ha proposto alcuni brani tratti dal suo ultimo album "Il dolce suono del nulla”.
Tra un brano e l’altro, con un tono dimesso da frate, ha confidato al microfono i suoi pensieri sulla musica e sulla vita: ed erano pensieri umili ed edificanti, dal sapore francescano, evocanti colombe, silenzi, orizzonti.
Ogni tanto qualche casta battuta ai musicisti, qualche scherzo da prete.

A più riprese, durante il concerto, si alternava al quartetto il duo piano-tromba; ed erano attimi noiosi, dove l’esuberante pianismo di Culpo, fatto di retorica struggente e di rubato (accellerare e rallentare a propria discrezione l’esecuzione di un brano), faceva il possibile per tenere in volo la tromba-colomba di Cosi, una colomba ferita ad una ala, l’ala della fantasia.
Inoltre, a livello tecnico, la tromba di Cosi ha dei difetti di pronuncia; difetti che vengono drammaticamente evidenziati dalla vocazione melodica, dalla ricerca celeste del trombettista spezzino.

Alla gamma cromatica del pianista parigino Chris Culpo (l’unico professionista nel quartetto di Cosi) manca solo un colore: il blue.
Per il resto, il suo è un pianismo di gran qualità, attivo nel ritmo, trionfante nel timbro, eclettico nell’armonia e comunque esuberante; mai contemplativo e pertanto poco pertinente all’indole musicale di Cosi.
L’unica spiegazione a questa aberrante collaborazione può essere cercata nella Regola francescana, secondo la quale, in nome dell’universale fratellanza davanti al Signore, anche due musicisti spinti da poetiche antitetiche, possono collaborare.

Il batterista Massimiliano Furia, allievo presso il laboratorio sarzanese di musica d’insieme diretto da Luca Cosi, era troppo concentrato a tenere il tempo per concedersi all’interplay (prendere spunto dagli altri per stimolarli a loro volta), e a malapena riusciva a valorizzare le dinamiche di gruppo; ma anche la tenuta stessa del tempo riusciva incerta, travagliata, sporca; nei fill (stacchi di batteria), sembrava sempre sul punto di rigirarsi o di collassare.

Anche qui, l’ "abate” Luca Cosi, in nome della bontà delle intenzioni e dell’incoraggiamento degli esseri umani insicuri, sbaglia irrimediabilmente coinvolgendo un musicista ancora agli albori della sua formazione in un progetto così professionale.

L'umiltà della Regola francescana si adatta invece alla natura del contrabbasso, pizzicato da Sauro Cassiani, anch’egli allievo presso il medesimo laboratorio di musica d’insieme.
Al terzo giorno di festival, Cassiani è stato il primo contrabbassista ad aver restituito allo strumento il suo ruolo e la sua pronuncia: in una parola, la sua identità.

Cassiani, recentemente passato dal basso al contrabbasso, è quello che in gergo si usa chiamare dilettante, termine che, in ambito musicale, denota colui che suona per il puro piacere di suonare, senza ambizione di carriera ma senza dimenticare il rigore dovuto ad un’arte.
Niente a che fare con la Corrida di Corrado Mantoni.
La sua formazione, pur guardando con interesse a Ron Carter e a Ørsted Pedersen, non è fedele ad alcun particolare maestro se non allo studio.

La ritmica incisiva, il tocco deciso e il dono della sintesi sono tutti elementi di una musicalità sanguigna che difficilmente si riscontra nell’ambito jazzistico professionale: spesso, in tale ambito, il contrabbasso si guarda allo specchio e si compiace, finendo col diventare un modo di suonare, un marchio, un abito –"quel contrabbassista è molto jazz”, è una frase che si sente sempre più spesso. Che il jazz fosse sempre meno disposto ad accogliere influenze esterne, di natura artistica o sociale, si era capito.
Ma che tale sorte tocchi anche ai globuli rossi, non lo si riesce a credere.

Il jazz non è più disposto ad ammettere di essere nato bastardo…ne di essere mortale.

Giovanni Tommaso e la sua bottega

da Spezialmente


Un resoconto dei principali eventi della prima giornata dall'introduzione al concerto.



L’inaugurazione.

Marco Ferrari (presidente delle Istituzioni e dei servizi culturali), Attilio Ferrero (presidente della Società dei concerti), Salvatore Avena (assessore al Lavoro e allo sviluppo economico) e Matteo Melley (presidente della Fondazione Carispe),

tra buoni auspici e cenni storici, hanno introdotto la 38° edizione del festival del jazz più longevo d’Italia, un edizione, questa, all’insegna del dialogo tra il jazz americano e quello italiano, due diferenti realtà musicali ma accomunate da un’alta qualità.

Particolarmente acuta è stata la proposta di Matteo Melley di portare la musica, jazz o altra, anche nelle piazze dei quartieri più difficili e non solo cinque giorni all’anno.


La tavola rotonda.

Ernesto De Pascale (giornalista), Daniele Cecchini (discografico), Umberto Germinale (fotografo di JazzHot, che è intervenuto sporadicamente), con la mediazione del critico di jazz spezzino Matteo Piazza, hanno intavolato la discussione sul quesito "dove va il jazz in Italia?”.

Per farvela breve, secondo De Pascale, il jazz va dove la formazione lo porta;

quest’ultima può venire dal basso, dalla sperimentazione a contatto, per esempio, coi bambini (dandogli in mano gli strumenti ed educandoli all’ascolto dei suoni con l’ ‘hear-training’), e dove Matteo Piazza formulava l’idea (vendibile) di un workshop, De Pascale lo correggeva auspicando la nascita (utopistica) di una comunità jazzistica;

e sempre la formazione può impedire che il jazz vada dove va il mercato della musica, rischiando di diventare un gadget accessorio.

Altra forte preoccupazione di De Pascale, la spaccatura latente e assurda tra Blues e Jazz, con la conseguente genesi del cliché che vede, nel primo, una musica per energumeni unti e svaccati, e, nel secondo, una musica per un elité intellettuale.

Sempre De Pascale ha infine messo in risalto la trasformazione del rapporto musicista/discografico da un epoca in cui la casa discografica si faceva su misura per il musicista di punta (come fu il caso della ”Impulse!” per Coltrane) ad un epoca, la nostra, in cui, in un clima di collaborazionismo capillare, sono i musicisti a ruotare attorno alle case discografiche, di riflesso al fenomeno di nomadismo da un gruppo all’altro.

Cecchini, dal canto suo, accusa il jazz di essersi ghettizzato con le sue stesse mani, e se ai tempi delle avanguardie degli anni ’70 il jazz ha perso quote di pubblico e di mercato a causa della sopraggiunta "inascoltabilità”, oggi, che è tornato più "facile” e orecchiabile che mai, non ha più scuse; inoltre, dal momento che il padrone dell’arte è il consumatore della stessa, i jazzisti dovrebbero uscire dai loro "ghetti-jazz club”, e, senza dire ‘che schifo’, lasciarsi fotografare dai paparazzi per dare adito ai pettegolezzi della massa, la quale è disposta ad avvicinarsi anche al jazz, pur di soddisfare il proprio vouyerismo… insomma, una tragedia.

Da qui , un ritratto dell’attuale scena discografica jazzistica e musicale in genere: il jazzista vive di concerti, non vende più dischi poiché il disco non più il valore del feticcio, alla gente oramai interessa la musica al di là del suo supporto materiale.

E, sempre secondo Cecchini, il jazz in Italia va dove vanno le sostituzioni, gli scambi tra musicisti italiani e americani, come per esempio si è fatto per quest’ultimo festival spezzino.


Il concerto.

Giovanni Tommaso al contrabbasso, Joe Lovano al sax tenore, Luca Begonia al trombone, Antonio Faraò al pianofortee Massimo Manzi alla batteria.

La formazione del contrabassista lucchese si è cimentata in una rilettura in chiave "jazzistica” di alcuni brani tratti da colonne sonore, composte da autori vari: dal Nino Rota de "La dolce vita” e di "Amarcord” allo stesso Tommaso di "ma quando arrivano le ragazze?”, passando per l’immancabile Morricone e Bacarov.

Fatta eccezione del trombone (al posto della tromba), il quintetto rispettava l’organico a cinque più consolidato che mai.

Consolidata era la struttura ancora oggi in voga nei jazz club dagli anni ’40; vale a dire: tema di apertura, staffetta di solo, tema di chiusura.

Ma, soprattutto, consolidati erano i solo della guest star Joe Lovano che partivano sempre bene ma, a metà dei consueti (e consunti) quattro chorus di solo, si riducevano al solito espediente di chi ha tanta voce in capitolo quanto poco da dire: una retorica prolissa e riempitiva, riscontrabile nei sali e scendi che, tenuti su registri alti, erano più connaturati ad un sax soprano, nei sali e scendi buttati lì senza un perché, senza ispirazione, dunque incapaci delle vertigini che lo stesso Lovano seppe suscitare vent’anni fa nel trio con Bill Frisell e Paul Motian.

Quanto al lucchese Tommaso si comporta come un mastro bottegaio del jazz, con la sua schiera di artigiani obbedienti; un Geppetto il cui Pinocchio, in attesa di una fata, non da ancora segni di vita: e sicuramente Joe Lovano, mostro sacro del jazz contemporaneo, ha più le fattezze di un Mangiafuoco che di una fata Turchina.

Dico mastro bottegaio in quanto ha fatto pesare la sua leadership farcendo tutti i brani con dei lunghi solo eseguiti con uno strumento dall’alto potere strutturante e che al solo virtuoso poco si presta. E sempre Tommaso, da buon artigiano, è ossequioso verso la tradizione anche quando vuole dimostrare di sperimentare, anche quando, nell’intro di "Amarcord”, intrattiene la platea per una manciata di minuti con un solo di contrabasso aleatorio e imbarazzante. Insomma, Giovanni Tommaso, con o senza cinema, non osa più come osava ad esempio dieci anni fa al Colombaio, quando, complice Pietro Tonolo, con un brano intitolato "Technojazz” (con tanto di cassa Rotterdam) si era promesso di riportare il jazz nelle sale da ballo.

Sorvolando il brillante ma timido trombone di Luca Begonia, apriamo una parentesi su Massimo Manzi, il batterista senigalliese dalla vocazione funk-rock e dal tatto jazz, sensibilissimo alle dinamiche di gruppo, musicista di carattere, è un batterista per tutte le occasioni approdato al quintetto di Tommaso per sostituire la batterista. Manzi è stato l’unico totalmente spontaneo.

Lo stesso discorso si può fare anche per il giovane pianista Antonio Faraò, il quale, pur trovandosi ancora in una fase di pianismo “enciclopedico” (passando in rassegna le varie ‘maniere’ del piano jazz moderno), è prossimo alla maturità artistica; e lo si evince dalla sua ricerca di soluzioni entusiasmanti, sentite dunque spontanee.

Tirando le somme quello che è emerso è stata la scarsa intesa a scapito dell’organicità.

E, circa il repertorio, la scelta è caduta su brani che assomigliavano troppo a degli standard, e difatti come tali sono stati trattati: a mo’ di canovacci, di pretesti armonici.

Ma il jazz non si riduce più solo a questo.