da Spezialmente
Un resoconto dei principali eventi della prima giornata dall'introduzione al concerto.
L’inaugurazione.
Marco Ferrari (presidente delle Istituzioni e dei servizi culturali), Attilio Ferrero (presidente della Società dei concerti), Salvatore Avena (assessore al Lavoro e allo sviluppo economico) e Matteo Melley (presidente della Fondazione Carispe),
tra buoni auspici e cenni storici, hanno introdotto la 38° edizione del festival del jazz più longevo d’Italia, un edizione, questa, all’insegna del dialogo tra il jazz americano e quello italiano, due diferenti realtà musicali ma accomunate da un’alta qualità.
Particolarmente acuta è stata la proposta di Matteo Melley di portare la musica, jazz o altra, anche nelle piazze dei quartieri più difficili e non solo cinque giorni all’anno.
La tavola rotonda.
Ernesto De Pascale (giornalista), Daniele Cecchini (discografico), Umberto Germinale (fotografo di JazzHot, che è intervenuto sporadicamente), con la mediazione del critico di jazz spezzino Matteo Piazza, hanno intavolato la discussione sul quesito "dove va il jazz in Italia?”.
Per farvela breve, secondo De Pascale, il jazz va dove la formazione lo porta;
quest’ultima può venire dal basso, dalla sperimentazione a contatto, per esempio, coi bambini (dandogli in mano gli strumenti ed educandoli all’ascolto dei suoni con l’ ‘hear-training’), e dove Matteo Piazza formulava l’idea (vendibile) di un workshop, De Pascale lo correggeva auspicando la nascita (utopistica) di una comunità jazzistica;
e sempre la formazione può impedire che il jazz vada dove va il mercato della musica, rischiando di diventare un gadget accessorio.
Altra forte preoccupazione di De Pascale, la spaccatura latente e assurda tra Blues e Jazz, con la conseguente genesi del cliché che vede, nel primo, una musica per energumeni unti e svaccati, e, nel secondo, una musica per un elité intellettuale.
Sempre De Pascale ha infine messo in risalto la trasformazione del rapporto musicista/discografico da un epoca in cui la casa discografica si faceva su misura per il musicista di punta (come fu il caso della ”Impulse!” per Coltrane) ad un epoca, la nostra, in cui, in un clima di collaborazionismo capillare, sono i musicisti a ruotare attorno alle case discografiche, di riflesso al fenomeno di nomadismo da un gruppo all’altro.
Cecchini, dal canto suo, accusa il jazz di essersi ghettizzato con le sue stesse mani, e se ai tempi delle avanguardie degli anni ’70 il jazz ha perso quote di pubblico e di mercato a causa della sopraggiunta "inascoltabilità”, oggi, che è tornato più "facile” e orecchiabile che mai, non ha più scuse; inoltre, dal momento che il padrone dell’arte è il consumatore della stessa, i jazzisti dovrebbero uscire dai loro "ghetti-jazz club”, e, senza dire ‘che schifo’, lasciarsi fotografare dai paparazzi per dare adito ai pettegolezzi della massa, la quale è disposta ad avvicinarsi anche al jazz, pur di soddisfare il proprio vouyerismo… insomma, una tragedia.
Da qui , un ritratto dell’attuale scena discografica jazzistica e musicale in genere: il jazzista vive di concerti, non vende più dischi poiché il disco non più il valore del feticcio, alla gente oramai interessa la musica al di là del suo supporto materiale.
E, sempre secondo Cecchini, il jazz in Italia va dove vanno le sostituzioni, gli scambi tra musicisti italiani e americani, come per esempio si è fatto per quest’ultimo festival spezzino.
Il concerto.
Giovanni Tommaso al contrabbasso, Joe Lovano al sax tenore, Luca Begonia al trombone, Antonio Faraò al pianofortee Massimo Manzi alla batteria.
La formazione del contrabassista lucchese si è cimentata in una rilettura in chiave "jazzistica” di alcuni brani tratti da colonne sonore, composte da autori vari: dal Nino Rota de "La dolce vita” e di "Amarcord” allo stesso Tommaso di "ma quando arrivano le ragazze?”, passando per l’immancabile Morricone e Bacarov.
Fatta eccezione del trombone (al posto della tromba), il quintetto rispettava l’organico a cinque più consolidato che mai.
Consolidata era la struttura ancora oggi in voga nei jazz club dagli anni ’40; vale a dire: tema di apertura, staffetta di solo, tema di chiusura.
Ma, soprattutto, consolidati erano i solo della guest star Joe Lovano che partivano sempre bene ma, a metà dei consueti (e consunti) quattro chorus di solo, si riducevano al solito espediente di chi ha tanta voce in capitolo quanto poco da dire: una retorica prolissa e riempitiva, riscontrabile nei sali e scendi che, tenuti su registri alti, erano più connaturati ad un sax soprano, nei sali e scendi buttati lì senza un perché, senza ispirazione, dunque incapaci delle vertigini che lo stesso Lovano seppe suscitare vent’anni fa nel trio con Bill Frisell e Paul Motian.
Quanto al lucchese Tommaso si comporta come un mastro bottegaio del jazz, con la sua schiera di artigiani obbedienti; un Geppetto il cui Pinocchio, in attesa di una fata, non da ancora segni di vita: e sicuramente Joe Lovano, mostro sacro del jazz contemporaneo, ha più le fattezze di un Mangiafuoco che di una fata Turchina.
Dico mastro bottegaio in quanto ha fatto pesare la sua leadership farcendo tutti i brani con dei lunghi solo eseguiti con uno strumento dall’alto potere strutturante e che al solo virtuoso poco si presta. E sempre Tommaso, da buon artigiano, è ossequioso verso la tradizione anche quando vuole dimostrare di sperimentare, anche quando, nell’intro di "Amarcord”, intrattiene la platea per una manciata di minuti con un solo di contrabasso aleatorio e imbarazzante. Insomma, Giovanni Tommaso, con o senza cinema, non osa più come osava ad esempio dieci anni fa al Colombaio, quando, complice Pietro Tonolo, con un brano intitolato "Technojazz” (con tanto di cassa Rotterdam) si era promesso di riportare il jazz nelle sale da ballo.
Sorvolando il brillante ma timido trombone di Luca Begonia, apriamo una parentesi su Massimo Manzi, il batterista senigalliese dalla vocazione funk-rock e dal tatto jazz, sensibilissimo alle dinamiche di gruppo, musicista di carattere, è un batterista per tutte le occasioni approdato al quintetto di Tommaso per sostituire la batterista. Manzi è stato l’unico totalmente spontaneo.
Lo stesso discorso si può fare anche per il giovane pianista Antonio Faraò, il quale, pur trovandosi ancora in una fase di pianismo “enciclopedico” (passando in rassegna le varie ‘maniere’ del piano jazz moderno), è prossimo alla maturità artistica; e lo si evince dalla sua ricerca di soluzioni entusiasmanti, sentite dunque spontanee.
Tirando le somme quello che è emerso è stata la scarsa intesa a scapito dell’organicità.
E, circa il repertorio, la scelta è caduta su brani che assomigliavano troppo a degli standard, e difatti come tali sono stati trattati: a mo’ di canovacci, di pretesti armonici.
Ma il jazz non si riduce più solo a questo.

Nessun commento:
Posta un commento