da Spezialmente
Il trombettista spezzino torna in patria alla testa di un quartetto dai progetti edificanti ma dalla resa amatoriale. Unico a spiccare, il contrabbasso di Sauro Cassiani.
Ieri sera nella comoda ed elegante Sala Dante, davanti ad un’ottantina di persone, si è esibito il quartetto del trombettista spezzino Luca Cosi.
Ad accompagnarlo, il piano di Chris Culpo, il contrabbasso di Sauro Cassiani e la batteria di Massimiliano Furia.
Luca Cosi, tra brani standard, brani di Davis e di Armstrong, ha proposto alcuni brani tratti dal suo ultimo album "Il dolce suono del nulla”.
Tra un brano e l’altro, con un tono dimesso da frate, ha confidato al microfono i suoi pensieri sulla musica e sulla vita: ed erano pensieri umili ed edificanti, dal sapore francescano, evocanti colombe, silenzi, orizzonti.
Ogni tanto qualche casta battuta ai musicisti, qualche scherzo da prete.
A più riprese, durante il concerto, si alternava al quartetto il duo piano-tromba; ed erano attimi noiosi, dove l’esuberante pianismo di Culpo, fatto di retorica struggente e di rubato (accellerare e rallentare a propria discrezione l’esecuzione di un brano), faceva il possibile per tenere in volo la tromba-colomba di Cosi, una colomba ferita ad una ala, l’ala della fantasia.
Inoltre, a livello tecnico, la tromba di Cosi ha dei difetti di pronuncia; difetti che vengono drammaticamente evidenziati dalla vocazione melodica, dalla ricerca celeste del trombettista spezzino.
Alla gamma cromatica del pianista parigino Chris Culpo (l’unico professionista nel quartetto di Cosi) manca solo un colore: il blue.
Per il resto, il suo è un pianismo di gran qualità, attivo nel ritmo, trionfante nel timbro, eclettico nell’armonia e comunque esuberante; mai contemplativo e pertanto poco pertinente all’indole musicale di Cosi.
L’unica spiegazione a questa aberrante collaborazione può essere cercata nella Regola francescana, secondo la quale, in nome dell’universale fratellanza davanti al Signore, anche due musicisti spinti da poetiche antitetiche, possono collaborare.
Il batterista Massimiliano Furia, allievo presso il laboratorio sarzanese di musica d’insieme diretto da Luca Cosi, era troppo concentrato a tenere il tempo per concedersi all’interplay (prendere spunto dagli altri per stimolarli a loro volta), e a malapena riusciva a valorizzare le dinamiche di gruppo; ma anche la tenuta stessa del tempo riusciva incerta, travagliata, sporca; nei fill (stacchi di batteria), sembrava sempre sul punto di rigirarsi o di collassare.
Anche qui, l’ "abate” Luca Cosi, in nome della bontà delle intenzioni e dell’incoraggiamento degli esseri umani insicuri, sbaglia irrimediabilmente coinvolgendo un musicista ancora agli albori della sua formazione in un progetto così professionale.
L'umiltà della Regola francescana si adatta invece alla natura del contrabbasso, pizzicato da Sauro Cassiani, anch’egli allievo presso il medesimo laboratorio di musica d’insieme.
Al terzo giorno di festival, Cassiani è stato il primo contrabbassista ad aver restituito allo strumento il suo ruolo e la sua pronuncia: in una parola, la sua identità.
Cassiani, recentemente passato dal basso al contrabbasso, è quello che in gergo si usa chiamare dilettante, termine che, in ambito musicale, denota colui che suona per il puro piacere di suonare, senza ambizione di carriera ma senza dimenticare il rigore dovuto ad un’arte.
Niente a che fare con la Corrida di Corrado Mantoni.
La sua formazione, pur guardando con interesse a Ron Carter e a Ørsted Pedersen, non è fedele ad alcun particolare maestro se non allo studio.
La ritmica incisiva, il tocco deciso e il dono della sintesi sono tutti elementi di una musicalità sanguigna che difficilmente si riscontra nell’ambito jazzistico professionale: spesso, in tale ambito, il contrabbasso si guarda allo specchio e si compiace, finendo col diventare un modo di suonare, un marchio, un abito –"quel contrabbassista è molto jazz”, è una frase che si sente sempre più spesso. Che il jazz fosse sempre meno disposto ad accogliere influenze esterne, di natura artistica o sociale, si era capito.
Ma che tale sorte tocchi anche ai globuli rossi, non lo si riesce a credere.
Il jazz non è più disposto ad ammettere di essere nato bastardo…ne di essere mortale.

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